La scorsa estate un gruppo di famiglie che hanno adottato in Vietnam con AFN ha realizzato un viaggio speciale nel Paese d’origine dei propri figli, accompagnate dalla psicologa Annalisa Giordano, coordinatrice della sede AFN di Napoli. L’esperienza si inseriva nel percorso formativo “Alla ricerca delle origini”, pensato per aiutare ragazzi e genitori a comprendere più a fondo quanto il legame con le proprie radici contribuisca alla costruzione dell’identità e di relazioni familiari serene e significative, soprattutto nel contesto del nuovo ambiente di vita.
Abbiamo chiesto alle famiglie di raccontarci cosa ha rappresentato per loro questo viaggio.
Guido e Lorena:
“Un’emozione che non consce confini 2.0”, così potremmo riassumere questo ritorno alle origini di nostro figlio Daniel Giang. Quattordici anni fa emozionati come ora, abbiamo raccontato su un nostro blog il nostro viaggio, le nostre giornate, i nostri incontri, le nostre lacrime, ora eccoci qui di nuovo ad Ho Chi Minh city, tutto scorre veloce, i motorini, il traffico, le macchine, ma durante l’incontro con le “didi”, in quegli abbracci, in quegli sguardi, in quei sorrisi, sembra che il tempo si sia fermato. Non servono parole per capire quanto amore ci sia stato e quanta gioia provino nel vederlo cresciuto. È proprio vero, l’amore non conosce confini”.
Marco e Maria Concetta:
“Genitori di due figli accolti molto piccoli, e ora di 20 e 15 anni; abbiamo risposto subito in modo positivo alla proposta del viaggio di ritorno in Vietnam, come occasione per consentire ai nostri ragazzi di aggiungere tasselli importanti al mosaico della loro vita. L’interesse dei ragazzi al viaggio non è stato immediato, ma ha avuto necessità di elaborazione, soprattutto per nostra figlia che aveva timore di confrontarsi con una realtà diversa da quella in cui vive ora. Non ci saremmo imbattuti nel viaggio senza il consenso dei figli, perché pensato soprattutto per loro, per aiutarli a colmare un po’ il vuoto dell’abbandono che hanno subito appena nati, quando dall’ospedale sono passati all’Istituto che li ha accolti, per poi, dopo qualche mese, lasciare il Vietnam e venire con noi in Italia. E per questo il viaggio aveva anche lo scopo di far conoscere ai ragazzi il loro splendido Paese, nelle varie sfaccettature ambientali, culturali, sociali, storiche, culinarie, ecc.
Sono trascorsi meno di due mesi dalla fine di un viaggio ricco di sorprese ed emozioni positive, ma anche con qualche sospensione. Per i ragazzi non è stato semplice andare negli Istituti in cui erano stati accolti, abbiamo notato in entrambi (in diverso modo) il timore di un’emozione troppo forte, di un confronto con una realtà solo immaginata come esistente, ma dai contorni assolutamente incerti, quasi impensabili, nonostante le foto viste a casa e i racconti nostri. Aver vissuto l’esperienza con altre famiglie con figli adottivi ha consentito di condividere il disagio, di allentare la tensione e, abbiamo notato, la presenza discreta di Annalisa, psicologa dell’Associazione, ha dato ai ragazzi (ma anche a noi genitori!) la sicurezza di poter essere aiutati, in caso di necessità.
Non si può pensare di colmare un vuoto quale è l’abbandono alla nascita, ma si può aiutare un figlio adottato a costruire una sua identità più salda. E abbiamo l’impressione che questo viaggio abbia contribuito a ciò: andare nei luoghi in cui piccolissimi sono stati accolti ha dato loro una dimensione spaziale effettiva; ascoltare o vedere le persone (le tate) che si sono prese cura di loro e che in qualche modo non li hanno dimenticati e, anzi, seppur grandi, li hanno riconosciuti, li ha fatti sentire amati, pensati, ricordati; visitare il Vietnam, li ha fatti sentire comunque parte di un grande Paese di sicuro diverso da quello in cui vivono ora, ma che non li differenzia dal punto di vista somatico, pur sentendosi i nostri figli italiani, anzi romani! Se sia solo un’impressione o una certezza non lo sappiamo ancora e rimaniamo, in silenzio, in “ascolto” dei nostri figli, e li osserviamo, sicuri comunque del fatto che questa bella esperienza vissuta abbia arricchito noi e loro, da soli e reciprocamente”.
Salvatore e Csilla:
“Il Vietnam, per la nostra famiglia, non è solo un luogo, è una linea di confine nel tempo, tra un “prima” e un “dopo”. Dal 14 aprile del 2008, data in cui abbiamo ricevuto la foto di Paolo Quang Tam, il Vietnam è entrato a far parte di noi. Il paese di nostro figlio e per questo il paese da cui parte una delle radici della nostra famiglia. E quando si mettono radici in un luogo, questo non è mai veramente lontano. Il Vietnam è stato sempre presente nelle nostre vite in questi ultimi 18 anni. E nella nostra famiglia tutti sapevamo che prima o poi saremmo tornati, non perché era il luogo di origine di Paolo, ma perché era il luogo di origine della nostra famiglia, tanto quanto lo sono la Sicilia e la Romania.
Eppure, quando la possibilità, grazie ad AFN, si è concretizzata, alla felicità per il ritorno si è mescolato in tutti noi un senso di inquietudine, più evidente in me e Csilla, più mascherato in Paolo. Perché il Vietnam, per la nostra famiglia, è un posto dove una grandissima gioia è stata preceduta da un altrettanto grande dolore. L’abbandono, anche se avevi qualche giorno e non te lo ricordi più è qualcosa che lascia dentro una cicatrice. Una cicatrice che ha impiegato tempo a guarire e che magari può riaprirsi tornando nel luogo in cui ce la siamo procurata. Quando però siamo arrivati in Vietnam abbiamo capito di aver fatto la scelta giusta. Lì c’era una parte della vita di nostro figlio, della nostra vita, che doveva essere definitivamente metabolizzata. C’era un cerchio che doveva finalmente chiudersi. E dopo qualche giorno il cerchio si è chiuso con la visita all’Istituto di provenienza di Paolo, il Tinh Nghè nel distretto di Binh Thanh, insieme alle altre famiglie che hanno condiviso con noi il viaggio e che condividono con noi questa storia.
Quella mattina ha lasciato un segno indelebile nelle nostre vite; le nostre e soprattutto quelle dei ragazzi. Hanno incontrato le persone che per prime li hanno accuditi, li hanno curati, li hanno amati. Che si sono commosse nel rivederli dopo tanti anni. E anche se avremmo voluto esserci noi al loro posto, ad accudirli, curarli, amarli sin dal primo giorno, è stato bello sapere che l’amore è entrato subito nelle loro vite. Che più forte di tutto è stato l’amore. Il resto del viaggio è stato fantastico. Le case famiglia che abbiamo visitato sono anch’esse dei luoghi di Amore, è stato commovente vedere la dedizione delle persone che curano i bambini.
E il Vietnam è veramente un paese stupendo abitato da un popolo determinato e gentile. Ma per noi quello che contava era che il cerchio si fosse finalmente chiuso”.
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