STORIE DI RELAZIONE

I legami positivi che guariscono e generano emancipazione

da | Giu 23, 2022

Mi chiamo André Prevatto e sono project manager della SMF- Sociedade Movimento dos Focolari, un’organizzazione sociale situata nella regione metropolitana della città di San Paolo, in Brasile e partner di  AFN onlus per quanto riguarda il programma di sostegno a distanza Maria Menina.

Mi dedico a progetti che promuovono i diritti di bambini, adolescenti, giovani e donne in situazioni di vulnerabilità. Vorrei condividere alcune delle mie scoperte e comprensioni lungo il corso degli anni in cui ho vissuto immerso nella realtà sociale delle periferie brasiliane, soprattutto riguardo il lavoro con i giovani e gli adolescenti. Una volta, mentre si parlava in gruppo, un ragazzo già un po’ coinvolto nel mondo delle droghe e che abbiamo accompagnato, ha detto in maniera spontanea ma anche con grande consapevolezza: “Qui non ci sentiamo giudicati”. 

In quello spazio di comunione ed accoglienza lui poteva essere chi voleva, senza necessariamente dover interpretare un personaggio o indossare una maschera dell’uomo violento e bandito, un’idea molto forte nella periferia brasiliana.  Con il tempo e molto dialogo questa maschera faceva posto a un bel sorriso che si rivelava. La vita acquisiva un significato nuovo e positivo e lui incominciava ad intravedere la sua strada. Questa esperienza mi ha confermato un’idea secondo cui i legami positivi sono in grado di guarire e generare emancipazione sociale.

Spesso incontriamo persone che hanno avuto la vita segnata da esperienze negative. Un giovane a cui è stato negato un posto di lavoro per non aver avuto accesso a un’istruzione di qualità. Un altro che a scuola era soprannominato “bandito” perché aveva commesso un’infrazione. Oppure chi è stato avvicinato dalla polizia perché era nero e camminava troppo velocemente per strada. O ancora non è accettato in un gruppo perché omosessuale. O magari non può accompagnare  la sua famiglia in un determinato luogo dove ci sono  delle barriere architettoniche  essendo un utente di sedia a rotelle.

André con alcuni ragazzi e lo staff del progetto

Queste esperienze, così comuni nella mia parte di mondo, lasciano un segno negativo nella vita dei giovani, generando in loro un senso di svalutazione, di sé degli altri e  della vita in generale.  Sempre di più percepisco che creare spazi di comunione e di accoglienza può diventare un rimedio e sviluppare autonomia. Un altro concetto importante è sognare i giovani della periferia come avvocati, medici, insegnanti, buoni cittadini, ma soprattutto come persone agenti di trasformazione, giovani che si realizzano essendo dono di sé al mondo. A mio avviso lo sguardo dell’adulto sul giovane insieme alla creazione e rafforzamento dei legami positivi sono elementi chiave che generano trasformazione e che possono contribuire alla emancipazione  sociale.

Nel corso della vita le persone segnano e vengono segnate dalle loro relazioni interpersonali. Questi incontri possono favorire il senso di valorizzazione della vita, oppure possono generare squalifica e disumanizzazione. In sostanza gli incontri potenziano o de-umanizzano le persone. La creazione di spazi che offrono legami positivi genera dunque campi relazionali protetti e accoglienti, che permettono di far fiorire le decisioni più sorprendenti e i progetti personali più creativi. Per concludere i legami positivi salvano vite, perché restituiscono la dignità di essere vissute in pienezza.

Credo nell’insegnamento dell’educatore brasiliano Paulo Freire: “Nessuno educa nessuno, come nessuno educa se stesso: gli uomini si educano nella comunione mediata dal mondo”. (Freire, 1987, p.39). Il paradigma che guida il mio lavoro è proprio quello della comunione. Il principio di comunione ispira la costruzione di “spazi di comunione“: ambienti relazionali in cui l’elemento principale non è, ad esempio, il docente che insegna o il soggetto che apprende – né il benefattore che dà o il  beneficiario che riceve – ma la comunione tra entrambi; l’intersoggettività e il “Noi”.

Nella frase del giovane che citavo sopra, “qui non ci sentiamo giudicati”, questi non si riferiva a un contenuto o a un apprendimento specifico, ma a uno spazio, a un ambiente accogliente e a un dialogo che ha dato spazio alla sua crescita come persona. Al di là della formazione in sé, dove ci si concentra sui contenuti o sugli obiettivi specifici da raggiungere, nel processo educativo è necessario investire molto nell’ambiente di comunione. Questo significa pensare e sperimentare la comunione e il dialogo come soggetto educativo principale, capace di mediare la relazione educativa tra educatore e studente. Sarà poi il giovane stesso a definire il proprio percorso, trovando la propria strada attraverso il dialogo e la comunione.

André Prevatto , Project Manager SMF (Sociedade Movimento dos Focolari)

ALTRE STORIE DI RELAZIONE

Finalmente insieme

Finalmente insieme

“L’adozione non serve a formare una famiglia, ma semplicemente a farla incontrare. Lam era proprio destinata a noi  e il suo nome ce lo ricorda ogni giorno”

Amira e i bambini del centro EHIS in Siria

Amira e i bambini del centro EHIS in Siria

Vedova e senza figli, Amira aveva perso il fratello cui era molto legata, sordo come lei. E aveva smarrito anche la fiducia. Da quando collabora con il centro EHIS, frequentato da bambini sordomuti, ha riacquistato il sorriso