STORIE DI INCLUSIONE

Cosa mi aspetto dal futuro

da | Set 16, 2018

“Mi chiamo Lamine Badiane e ho da poco compiuto 18 anni. Vengo dal Senegal, dove vivevo con la mia famiglia.  Lì dopo la scuola, che ho frequentato per quattro anni, ho lavorato come elettrauto, finché ho deciso di partire.

Prima di mettermi in viaggio non potevo immaginare quanto questo sarebbe stato duro e faticoso. Ho attraversato quattro paesi prima di arrivare in Italia. Tutto il viaggio è durato due anni. Dal Senegal ho attraversato la Mauritania, il Mali, l’Algeria, la Libia, dove sono rimasto per un mese in prigione. Sono riuscito a scappare grazie all’aiuto di una signora e ad arrivare sulla spiaggia, dalla quale mi sarei imbarcato. Il 30 Giugno 2017 sono partito a bordo di un’imbarcazione e sono arrivato in Italia, a Corigliano, il 3 Luglio”.

Quella di Lamine è una delle tante storie che accomunano i ragazzi ospitati nella Casa di Ismaele, una casa famiglia situata a Rogliano, in provincia di Cosenza, che accoglie minori stranieri non accompagnati, tra le fasce più vulnerabili di chi arriva in Italia con la speranza di un futuro migliore.

La struttura, aperta dopo l’emergenza sbarchi sulle coste calabresi dello scorso Giugno e poi entrata nel circuito Sprar, ospita 12 ragazzi, adolescenti e neo maggiorenni. Nata dalla collaborazione tra la cooperativa sociale Fo.Co., AFNonlus, AMU onlus e la cooperativa sociale Mi.Fa.,  Casa di Ismaele offre ai ragazzi un ambiente familiare e uno stile di vita adatto alla loro età.

Oltre all’attività scolastica, gli ospiti della casa famiglia infatti frequentano dal mese di ottobre un corso di italiano, che li impegna tutti i giorni nonché attività sportive in base alle loro attitudini. Il pranzo e la cena sono momenti conviviali e vengono condivisi con gli educatori.  In entrambi i pasti sono i ragazzi stessi a cucinare, assieme all’educatore di turno. Non mancano momenti di aggregazione, uscite, partecipazioni alle feste popolari, pizze, tombolate nel periodo di Natale e molto altro. Oltre agli operatori, ai mediatori linguistico-culturali, all’assistente sociale e alla psicologa, i ragazzi sono seguiti da una rete di famiglie locali, che si sono messe a disposizione per offrire loro momenti di svago e tempo libero. Alcune di esse si sono riunite formando la cooperativa sociale Missione Famiglia (Mi.Fa.), impegnata nella diffusione di un’idea “sociale” di famiglia, che si mette al servizio delle periferie esistenziali.

“L’esperienza di Casa di Ismaele, parte da una comune attività sociale di volontariato, svolta da alcuni anni, in favore di minori con disagio, residenti in case famiglia, inclusi i minori stranieri non accompagnati – ci spiegano Gaetano e Giulia Gabriele, tra i fondatori di Mi.Fa. –  In essa, grazie all’attività di partenariato con la Cooperativa FO.CO., AFN e AMU, è stata colta l’occasione per dare il via ad una progettualità innovativa proprio in ambito di mutualità familiare per valorizzare le reti sociali, le comunità locali e l’associazionismo in genere”. Per realizzare l’obiettivo di un’accoglienza che, riconoscendo la centralità della persona umana e della sua dignità, garantisca la reale applicazione dei diritti umani, nonché l’attivazione di percorsi finalizzati all’autonomia economica e sociale dei giovani, le famiglie di Mi.Fa. hanno da subito istaurato un rapporto di amicizia con i ragazzi della casa famiglia.  “Fin da subito – continua Gaetano –  grazie all’aiuto dei mediatori lingustico-culturali, siamo riusciti a creare una zona di prossimità, favorendo un clima di accoglienza e d’incontro, cercando di valorizzare e rispettare la diversità delle loro culture e, soprattutto, facendogli  capire di non sentirsi estranei, ma considerandoli un dono  alle nostre vite”.

Le famiglie hanno un ruolo fondamentale in questo processo di integrazione Lo conferma anche Alfusainey Touray, mediatore linguistico-culturale della struttura. “Fare in modo che un ragazzo straniero sia supportato da una famiglia locale, gli permetterà di praticare la lingua e gli darà un punto di riferimento. Nello stesso tempo, questa esperienza consentirà alla famiglia di superare gli stereotipi e i pregiudizi che accompagnano lo straniero”.

Così l’accoglienza assume la sua vera conformazione, diventa un’opportunità di conoscere, confrontarsi con il diverso, sperimentando forme di multiculturalità anche all’interno di piccoli centri abitati.

Per fare in modo che tutti i ragazzi come Lamine, alla domanda “Cosa ti aspetti dal futuro?”, rispondano proprio come ha fatto lui: “Mi piace studiare e voglio continuare così per imparare la lingua e integrarmi. Voglio diventare un elettrauto nel futuro e voglio servire questo Paese, che mi ha dato l’opportunità di cominciare una nuova vita”.

Anita Leonetti

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Eugenia ha due figli, viene da Odessa ed ha trovato rifugio a Cosenza, insieme ai suoi due bambini, presso il progetto accoglienza mamme ucraine realizzato da AFN in collaborazione con le Suore Minime della Passione.